Il Mostro di Modena – La colonna sonora

Il Mostro di Modena – La colonna sonora

Un'esclusiva intervista ad Alberto Bello, aka Delhikate, autore della colonna sonora

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Per chi ci segue da tempo penso quanto sia ormai chiaro il mio interesse verso Il Mostro di Modena, il film documentario diretto da Gabriele Veronesi e prodotto da Taiga.

Del lungo lavoro dietro alla realizzazione del film ve ne avevo parlato in maniera approfondita circa un anno fa in questo articolo e a settembre scorso ho avuto la bellissima opportunità di intervistare Gabriele in occasione del primo MoCu Speaks. Con MoCu abbiamo avuto il piacere di essere seduti in sala al Cinema Raffaello in occasione dell’anteprima nazionale e anche in quella occasione Gabriele mi ha chiesto di guidare il dibattito conclusivo, con mia immensa gioia, alla presenza di Pier Luigi Salinaro e di molte persone legate alla vicenda e presenti in sala.

Vi avevamo promesso niente spoiler, e così sarà!

In occasione della messa in onda su Crime+Investigation (canale 119 di Sky) in due puntate, oggi e domani alle 22, abbiamo pensato però di regalarvi una vera chicca, in esclusiva per i nostri lettori.

Ho quindi avuto il piacere di intervistare Alberto Bello, aka Delhikate, che ha curato e prodotto la colonna sonora del film.

 

Com’è arrivata la richiesta di realizzare la colonna sonora de Il Mostro di Modena? Qual è stata la prima reazione?

Io e Gabriele ci conosciamo da tantissimo tempo, mi telefonò un pomeriggio per parlarmi dell’opportunità di realizzare una colonna sonora originale per il documentario, cosa che mi aveva anticipato dopo che vidi il trailer e chiesi a “Bris” (Gabriele Veronesi, ndr) di chi fosse la musica. Fui molto contento della proposta dato che, seguendo le cose che fa, mi sarei quasi proposto spontaneamente per comporre queste musiche che, per atmosfere da ricreare e timbriche, sono solitamente molto vicine a quello che ascolto e che mi piace produrre.

In quel periodo stavo lavorando a un mini-album per il mio progetto Delhikate, un vecchio percorso ambient che avevo intrapreso una decina di anni fa e che avevo, per tutta una serie di motivi, accantonato. Si trattava di un piccolo concept sulla città, in particolare sul mio quartiere, quindi, in un certo senso, già pensato per essere associato a immagini, non cinematografiche, ma legate a serate e ritorni a casa notturni dai posti che solitamente frequento.

Ho pensato subito che fosse l’occasione per un secondo progetto del genere a cui dedicarmi come Delhikate, così ne ho parlato con Gloria, con cui vivo e lavoro, per capire se un impegno del genere fosse compatibile con la nostra agenda e in qualche modo abbiamo incastrato la cosa. Anche lei era particolarmente felice della proposta e il suo mettersi a disposizione per darmi la possibilità di realizzarla è stato molto importante.

 

Avevi già lavorato in passato a progetti di questo tipo? Quali difficoltà hai incontrato?

Per come sono abituato a fare musica cerco sempre di associare ai brani che produco una storia o un riferimento immaginario ben preciso: i miei EP sono piccoli concept e quando chiudo un brano ho sempre in mente le immagini su cui farlo girare. Nonostante questo è stata in assoluto una prima volta, prima non avevo mai fatto nulla del genere.

La difficoltà più grande è stata iniziare a produrre i brani senza avere immagini di riferimento ma con la sola sceneggiatura delle parti. Insieme a Gabriele abbiamo cercato di capire quali fossero le sensazioni da ricreare e abbiamo sintetizzato la sceneggiatura in parole chiave e moods che potessero aiutarmi nella composizione. Solo dopo un primo montaggio è stato possibile mettere musiche e scene in relazione diretta, con tutti i cambiamenti e le modifiche del caso.

Per darti un’idea, dovevo realizzare circa una decina di tracce che, la notte prima della consegna finale con un montaggio più definitivo e le idee ben più chiare, sono diventate diciotto! È così: un pomeriggio inizi a metterci mano e se è la giornata giusta non è un problema fare mattina per portare a termine tutto. Credo sia anche la dimostrazione che è stato tutto molto spontaneo, dalla genuinità con cui Gabriele ha intervistato i parenti, alla loro struggente malinconia, fino alla stesura dei brani.

 

Ci sono qualche soundtrack o artista in particolare nel quale hai trovato ispirazione?

Ci siamo scambiati diverse cose a inizio lavori, dai classici lavori di John Carpenter fino a cose più recenti come la colonna sonora di It Follows, firmata Disasterpeace, o di Neon Demon, firmata Cliff Martinez. In quel periodo era uscita la colonna sonora di Suspiria, firmata da Thom Yorke, che abbiamo ascoltato per capire come potesse essere la reinterpretazione di un classico come quello dei Goblin. Tanta carne al fuoco proveniente da più ere ma, alla fine, quello di cui avevo bisogno, più che di ispirazioni concrete, era un metodo di lavoro che fosse efficiente e aperto dal punto di vista creativo.

Mi sono così confrontato con persone che hanno più esperienza di me in questo ambito e da cui poter avere consigli in maniera più o meno diretta. Una chiacchierata con Luca Perciballi è stata molto interessante e anche rasserenante da un certo punto di vista: mi ha dato qualche consiglio pratico sulla composizione e spronato a cogliere l’occasione senza troppi pensieri.

Riccardo Bazzoni invece è un altro local che stimo per dedizione e impegno: seguire le sue sessioni quotidiane e vederne la capacità creativa è sempre un piacere e un invito a metterci passione e abnegazione.

 

Hai avuto modo di visionare qualche parte del film durante la lavorazione? Operativamente come è avvenuta la parte creativa delle tracce?

Come ti anticipavo, no. Ad eccezione di un trailer non ho visto praticamente nulla, sopratutto delle parti su cui avrei dovuto lavorare. Abbiamo così definito delle sensazioni da sottolineare e ci siamo dati un calendario di appuntamenti per fare ascolti. A ognuno di questi appuntamenti abbiamo ascoltato idee che giravano in loop, quindi non arrangiate.

Una volta ricevuto il montaggio ho iniziato a “stendere” i loops in un primo arrangiamento provvisorio, affinato mano a mano che anche le immagini diventavano definitive.

 

Per i più esperti del settore, quali strumentazioni hai utilizzato per la realizzazione?

Completo la risposta precedente con un po’ di gear-nerdism! Per mettere giù le prime idee ho selezionato una palette di suoni da diverse sorgenti, quasi tutte filtrate da un imprescindibile reverbero Strymon Big Sky: guai a chi me lo tocca!

Ho registrato dei fondali con un microfono a contatto e un Soundbox che mi sono costruito durante un workshop di Derek Holzer organizzato a Modena da Node Festival (qui tutte le volte che vi abbiamo parlato di Node Festival su mocu.it , ndr). Per farti un esempio pratico: alcuni fruscii sono fatti strofinando un maglione di lana dentro al quale avevo infilato il microfono a contatto; il suono acuto all’inizio della scena dell’omicidio nella cava è generato con il Soundbox.

A metà lavori sono entrato in possesso di un meraviglioso Moog Prodigy, un bestione monofonico che ha fatto la differenza da quando entrato nel mio studio e di cui ho sfruttato profondità e un filtro favoloso. Per il resto un piccolo ma potente Korg Monologue, una Fender Telecaster per le parti di chitarra e qualche VST come H-Reverb di Waves, NI RAZOR di Errorsmith e il simulatore del CS80 di Arturia. Tutto quanto arrangiato e mixato nel buon vecchio Cubase e nel mio piccolo ma adorato studio in the quartierino (…e dove se no!).

Il mastering l’ha sapientemente e magistralmente curato Marco Antonio Spaventi nel suo studio a Amsterdam.

 

Com’è stato ascoltare le tue tracce montate sul film per la prima volta?

Adesso, ti dico serenamente che è stato magico!

Però, fino al terzo/quarto brano ero piuttosto in paranoia per come potessero sentirsi i miei mix in una situazione del tutto inedita per quello che ho sempre fatto. Credo sia andata bene, poi ovviamente resto ipercritico rispetto a tante mie scelte: credo di essere stato forse troppo “scolastico” in alcuni punti, forse è normale e anche giusto per una prima volta, forse sono quelle le mie capacità a oggi, ma mi piacerebbe davvero rimettermi alla prova presto per poter dare qualcosa in più.

Noi “musici” siamo un po’ fatti così: non ci va mai bene un c***o anche quando arrivano complimenti da tutti, anche da perfetti sconosciuti del tutto disinteressati, e tutto sommato le cose vanno bene. In un angolo remoto della mia testa sono sereno e soddisfatto rispetto a quanto realizzato, poco più in là il più stronzo dei miei neuroni rifarebbe tutto, da capo.

 


 

Se questo approfondimento sulla colonna sonora non vi è ancora bastato come esclusiva, sappiate che non abbiamo ancora finito! Alberto ha pensato di fare un enorme regalo ai lettori di MoCu quindi, qui di seguito, potete ascoltarvi in anteprima la colonna sonora del film.
Un personale e sincero grazie a nome mio e della redazione per questa bella intervista.
Buon ascolto e buona visione!

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