BLINDUR

BLINDUR

o, la necessità di riempire il silenzio

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La mia paura maggiore quando si parla di gruppi esordienti e, in generale, di indie-rock e underground, sono i cliché. Se ci fate caso se ne usano a quintali, sono quasi sempre commenti entusiastici e, anche qualora non lo fossero, vengono confezionati dagli uffici-stampa con lo stesso obiettivo: spingere mediaticamente la band.

Bene, dato che a me non interessa cosa pensi la gente e men che meno devo far vendere dischi a qualcuno, per evitare qualsiasi influenza esterna, sabato sera, 4 febbraio, sono andato all’Off ad ascoltare i Blindur senza sapere nulla di loro, a parte due cose: il nome e la provenienza del gruppo. Il termine è islandese, significa “cieco” e tradisce quelle che sono le radici dei due ragazzi, al secolo Massimo de Vita e Michelangelo Bencivenga, che sono partenopei.

Già dall’attacco il ritmo è incalzante nella sua base folk, ti coinvolge e ti fa battere le mani. Le prime impressioni sono che questi due ragazzi, più che esordienti, siano musicisti consumati a proprio agio sul palco come fosse casa loro. Suonano chitarra e banjo ma entrambi hanno un arsenale composto da pedali per cassa, rullante, charleston e tamburello che usano coordinandosi tra loro per sopperire alla mancanza di una vera e propria sezione ritmica. Inoltre, nonostante i numerosi effetti e i vari escamotage che il duo utilizza per tessere i tappeti sonori, il risultato suona genuino perché le parti elettroniche sono dosate con parsimonia e un discreto gusto. Il prodotto di tutto questo sono atmosfere che richiamano il clima e i suoni tipici di due isole, Irlanda e Islanda. Anche i testi sono alquanti ispirati, al punto da farti incuriosire e spingerti a saperne di più, elemento che per me rappresenta la strada giusta da percorrere per chiunque abbia qualcosa da dire.

Proseguendo con i pezzi, ogni tanto i Blindur si concedono qualche cover: “Conosci” di Cristina Donà, che ho trovato abbastanza suggestiva, e “L’ultima luna” di Lucio Dalla che, al contrario, non mi ha particolarmente colpito, oltre ad un paio di giri di “Hey Joe” inseriti in mezzo ad un proprio brano ma la menzione degna di nota è il fatto che questi innesti siano ben bilanciati con il resto del concerto e che non spezzino l’equilibrio creato. Tra un pezzo e l’altro De Vita si dimostra anche un discreto intrattenitore, senza peli sulla lingua e nel complesso simpatico nel suo dialogo con il pubblico.

Finito il concerto, prima di entrare nuovamente ad ascoltare la musica di Antenna 1 Rockstation, mi sono tolto la curiosità e ho letto qualcosa in più su di loro visto che, per un album d’esordio, i musicisti mi sembravano tutt’altro che di primo pelo. Come volevasi dimostrare, vantano collaborazioni di tutto rispetto, hanno più di 150 live all’attivo, numerosi premi e riconoscimenti e, ultimo ma non ultimo, il loro disco è stato mixato da Birgir Birgsson, tecnico del suono dei Sigur Ros, che ha dato una decisa marcia in più nella ricerca delle sonorità a loro care.

In conclusione i Blindur sono un gruppo forte di un sound non originalissimo, ma interpretato in modo accattivante, personale e tecnicamente impeccabile. Sono coinvolgenti, diretti ed evocativi e anche se certamente non si tratta di un lavoro innovativo o di rottura, è comunque capace di trasmettere qualcosa e non è da poco di questi tempi, quindi il giudizio non può che essere positivo.

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