Saviano e il valore (da riscoprire) della complessità

Saviano e il valore (da riscoprire) della complessità

Da Gianluca Vacchi a Malala: la sua lezione al Forum Monzani

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La complessità. La sua bellezza “erotica”. L’importanza di rimanere abituati alla complessità, di non cercare la soddisfazione “tutta e subito”, ma – al contrario – di avere pazienza. La bellezza di pesare ogni elemento e assaporarlo bene.
Cosa c’entra tutto questo con Roberto Saviano e col suo ultimo libro ‘La paranza dei bambini’? Chi domenica scorsa – prima del referendum che ha fatto cadere il governo, politicamente parlando sembrano passati secoli – era al Bper Forum Monzani, probabilmente sa la risposta. La complessità – ha suggerito Saviano – ci salverà. Come? Impedendoci di far prevalere il nostro lato aggressivo, i nostri discorsi rapidi e “infallibili”, e anche la voglia di consegnarci al dio denaro, che ci compra con un battito delle sue lunghe ciglia.
I bambini di paranza (sono le gang di giovanissimi che si ritrovano invischiati nella palude della camorra) sono le vittime. “Il loro imperativo è prendi ‘sti soldi, se non lo fai sei l’unico fesso”. E i grandi? Purtroppo non sono un argine, anzi: “Spesso negli adulti questi ragazzi vedono riflesse le stesse cose. D’altronde – fa notare l’autore del best seller internazionale Gomorra – l’attuale presidente degli Stati Uniti aveva, tra i suoi slogan, ‘Vivi per fare soldi o muori cercando di farli’”.

I social network diventano un megafono spaventoso: “Tra gli idoli di queste generazioni c’è Dan Bilzerian, che ha vinto tantissimi soldi a poker e ora spende tutto in escort, yacht e armi. In Italia si ispira a lui Gianluca Vacchi, ogni paese ha il suo”.
Soddisfazione tutta e subito, dio denaro, aggressività. Che questi fossero mali del nostro tempo lo sapevamo, e fin qui Saviano non ci sconvolge. La grande potenza degli esempi che inizia a sfogliare sul palco e che si siedono lì, vicino a lui, per aiutarci a capire dove vuole condurci, però, cambiano le cose. Perché a un tratto arriva Ken Saro-Wiwa, che di mestiere faceva il poeta ma con la parola denunciava il dramma dei soldati bambino e lo sfruttamento assurdo della sua terra, la Nigeria, da parte delle compagnie petrolifere. E’ stato impiccato. Poi c’è Anna Politkovskaja, di cui tutti conosciamo la storia. E c’è l’attivista pakistana Malala, la giovane blogger che ha invitato le sue coetanee a portare i libri di testo (proibiti) nascosti nel velo: l’hanno mitragliata neanche fosse un tiranno nel bel mezzo di una rivoluzione. Non è morta solo per un miracolo. Vite (e morti) tenute insieme dalla grande forza della parola, quella capace di raccontare la complessità della vita, della verità, dei pensieri. Di offrire vie di fuga e spiragli di luce anche quando fa buio.
Non so voi. Io da quell’incontro sono tornato a casa con la convinzione che la complessità, oggi e in futuro, possa rappresentare un’ancora di salvezza, e che la semplicità – il famoso ‘sono un ragazzo/una ragazza semplice’ – sia stata un po’ sopravvalutata. Semplice vuol dire anche facile, invece complesso rimanda allo sforzo, alla fatica. E un po’ di fatica, guardiamoci intorno, è proprio il caso di farla.

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