Benji e Fede are dead (meat)

Benji e Fede are dead (meat)

Uno sguardo alla mostra ospitata dalla galleria Gate 26A di via Carteria

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Di per sé considero geniale la sola idea di creare un evento con un titolo del genere, motivo per cui la mia curiosità è stata sollecitata in poche frazioni di secondo. In un secondo tempo, mentre mi approcciavo con maggior metodo all’allestimento, ho provato a farmi un’idea più precisa della cosa tramite il tam-tam della strada e leggendo qualche informazione sui social così, ben presto, sono finito su Instagram e scorrendo le centinaia di commenti relativi all’evento ho scoperto che il suo 99% è costituito da:

instagram-commenti

Così, se avessi ancora avuto qualche dubbio a riguardo, ho capito subito che non potevo assolutamente perdermelo.

Arrivando presso la galleria Gate 26A le prime congetture che mi fanno capolino in testa sono due: “provocazione” e “geniale mossa di marketing”. Occorre fare la fila ed entrare uno alla volta, con l’unica regola vigente di togliersi le scarpe in segno di rispetto e, appena scostata la seconda tenda nera che separa l’anticamera dalla stanza vera e propria, lo spettacolo offerto colpisce direttamente allo stomaco. Un ensemble a prima vista senza alcun percorso logico ma che crea una sorta di zeitgeist malato dell’ultima generazione: il rosa shocking come colore fondamentale, manichini da vetrina con le immagini scarabocchiate dei due ragazzi stampate sopra, un tablet in modalità repeat-all in cui i video musicali del duo insieme ad altri filmati altrettanto trash creano un effetto disturbante, la foto di una fuoriserie in fiamme, le candele, i fiori, le svastiche e i peni a fare da cornice sui muri, uno skater (in carne ed ossa) rannicchiato su un divanetto in angolo che gioca continuamente alla console, completamente disinteressato alla mostra e ai visitatori.

Quasi tutto il contenuto della stanza, che funge da finto memoriale, è appositamente preparato per instillare nell’osservatore una sensazione di malessere e scaraventarlo fuori dalle proprie comfort zone. L’impatto apparentemente iconoclasta, che sembra miri a destabilizzare il pubblico ridicolizzando i due pseudo-divetti di quartiere, in realtà ha la funzione opposta e l’effetto è volto a creare un legame.

Forse esagero, ma in tutto questo vedo un forte accostamento ad Andy Warhol: immagini ammiccanti che fanno leva sull’anticonformismo e sulla rottura per far presa sul pubblico in un secondo momento è una delle sintesi del marketing di cui Warhol forse fu proprio il maggiore interprete.

Ad ogni modo, tornando all’evento, vorrei sottolineare che non stiamo certamente parlando di arte ma di una messa in scena pseudo-artistoide fortemente d’impatto, ideata, costruita e realizzata con perizia fin nei minimi dettagli. Basti pensare alle frasi delle fan, recuperate dai forum in rete, in cui parlano dei sogni erotici avuti con i propri due idoli, stampate e distribuite all’uscita insieme ad una siringa-shot contenente vodka e arancia rossa per simulare il colore del sangue. Oppure il merchandise ufficiale (provocatoriamente dichiarato contraffatto) in esposizione nel negozio di alimentari a conduzione pakistana adiacente la mostra (una t-shirt al modico prezzo di 100€), il cui logo stesso è una finezza passata quasi inosservata ai più e ricorda la celeberrima stampa coi putti di Fiorucci.

Per concludere, l’unica cosa certa è che De Pol (Dead Meat) abbia applicato una delle poche verità assolute in ambito pubblicitario: parlare di qualcuno, nel bene o nel male, purché se ne parli e pare evidente che abbia colpito nel segno.

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