Pierluigi Lanzillotta

Pierluigi Lanzillotta

L’equilibrio fra gli opposti, in una continua tensione fra l’arte visiva e quella sonora.

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Un equilibrio visivo tra Estraniazione e Astrazione.
Modenese, classe1982 Pierluigi Lanzillotta attualmente vive e lavora a Modena.
Un tipo dall’irrequietezza solitaria (A lone restless) a tratti sconnesso eppure decisamente centrato.

Lanzillotta, preciso e metodico inizia a disegnare a 7 anni, età in cui i suoi occhi di bimbo scoprono i post-it. Racconta di come questi piccoli pezzetti di carta gialli fossero il terreno perfetto per le sue vedute, una sorta di contenimento dell’infinito: elemento caratteristico del suo fare artistico.
Riprende le incisioni di Albrecht Dürer e di Lucas von Leiden proponendo un misticismo labirintico.

Suggerisco la visione con l’ascolto di Live at Pompay dei Pink Floyd.


Come hai iniziato?
Da piccolo riempivo i momenti vuoti col disegno, scarabocchiavo in continuazione sui post-it e gli angoli dei fogli ma non volevo fare l’artista io volevo fare l’archeologo all’Indiana Jones! Poi grazie a chi si è accorto di me già prestissimo ho capito che volevo disegnare. Devo molto all’intuizione di persone come Maurizio Zucchellini (mio insegnante d’arte alle scuole medie) e la prof.ssa Battilani dell’istituto superiore Adolfo Venturi di Modena: hanno visto qualcosa in quelle che ai tempi erano solo improvvisazioni grafiche.

Parti da un’idea, da un’ immagine mentale oppure ti isoli e vai?
In passato era così: improvvisavo come può accadere per un brano jazz. Mi mettevo con le cuffie davanti a un foglio e dopo un’ora, un’ora e mezza entravo in una sorta di stato meditativo all’interno del quale avrei potuto disegnare per altre interminabili ore. Oggi l’improvvisazione rimane ma si riesce a progettare di più partendo da idee concrete e soprattutto prendendo spunto dalla natura.

Nella tua prima produzione imperano il bianco e il nero, ora invece dai spazio anche ai colori.
Si, la scelta del bianco e nero deriva dal rigore e dalla pulizia del disegno tecnico; questo mi dava la possibilità di esprimermi semplicemente e velocemente ma dopo oltre vent’anni ho sentito il bisogno di evolvermi. Prima cercavo l’equilibrio fra questi due opposti, ora invece lo voglio trovare anche fra i colori, il che è più difficile e questo mi piace.

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Quanto è importante per te l’equilibrio?
L’equilibrio fra gli opposti è tutto, basti prendere la teoria della polarità ermetica secondo la quale nulla esiste senza il suo contrario. Questa è emblematica del mio modo di vivere la vita e l’arte, in quanto, senza polarità nulla esiste: non può esistere pace senza guerra, felicità senza tristezza, vita senza morte. Prima era l’equilibrio tra il bianco e il nero. Ora la sfida è aumentata: si parla di equilibrio cromatico. L’equilibrio fra gli opposti porta con sé impegno e disciplina. L’impegno ripaga sempre, sono energie che si muovono: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria mentre tutto scorre, fluisce, si rinnova ed infine rinasce.

Tu sei anche un batterista. Quanto ti ha influenzato la musica?
È stata fondamentale, difficilmente disegno senza.
Mio padre e mio zio hanno una collezione di vinili alquanto corposa. Sono entrambi cresciuti a Potenza e lì, a quei tempi, non c’era molto, ma negli ami ’60/’70 la musica aveva un impatto diverso sulle idee e sulle persone. Erano anni in cui, anche attraverso l’uso di sostanze stupefacenti, i musicisti dicevano di vedere la musica.

Cosa ascoltavano?
King Crimson, Pink Floyd, Greteful Dead, Jefferson Airplane, Allman Brothers Band, John Mayall, potrei non finire più… Gli stessi vinili che poi mi hanno formato. Ascoltandoli, da ragazzino, ho iniziato a prender consapevolezza di cos’era l’improvvisazione, cosa vuol dire giocare col tempo.
La mia utopia, il mio scopo è sempre stato quello di disegnare la musica e dilatare il tempo.

Recentemente hai anche dedicato una mostra ai tuoi Padri spirituali
Si, “I miei padri spirituali” è una serie di tavole 35 per 50, raffiguranti quelli che per l’appunto sono stati i personaggi più influenti per la mia storia: Jerry Garcia, John Fahey, Keith Haring, Edgar Allan Poe, Truffaut, Tom Wolfe, Turner, S.Antonio Abate, Gautama Budda… Anche qui l’elenco é piuttosto lungo e la lavorazione continua, di tanto in tanto mi accorgo di dover omaggiare anche altri che sembravano dimenticati ma che pian piano trovano spazio nella mia memoria.


La barba di Jerry Garcia è meravigliosa, quanto tempo impieghi per realizzare un’opera del genere?

Dipende, a volte anche un mese, se l’opera lo richiede.

A cosa stai lavorando attualmente?
Sono appena stato inserito in una serie di bustine di zucchero da collezione; per l’occasione é stata scelta una delle opere relative alla serie Brocelandia. Sempre su questa tematica avevo realizzato precedentemente “Le favole di Brocelandia”, inizialmente nato come studio sui colori del Martin Pescatore e sulla tecnica ad acquerello, poi l’improvvisazione, che sempre mi accompagna, ha avuto il sopravvento e ne é nata una serie che ai più piccoli é piaciuta molto.

Brocelandia, hai detto. Curioso.
Brocelandia é il nome della foresta in cui mago Merlino sarebbe stato imprigionato con l’inganno dalla Dama del Lago, secondo le leggende nordeuropee legate alla ricerca del Graal e al ciclo bretone di Chrétien de Troyes.
Da sempre sono affascinato dalla, dimensione “altra”, magica e spirituale di questo nostro mondo.
Immagino l’uomo come una sorta di potenziale mago che ha perso ormai ogni contatto con l’ancestrale e nulla può contro questa “nuova forza magica” che attraverso i media fuorvia le nostre percezioni.
L’identità dell’uomo d’oggi é prigioniera, confinata nella mediocrità del consumismo, fatta di bisogni indotti e paura, atti a separarci dal nostro vero sé, come Merlino privato della sua magia.
Brocelandia é un tentativo di riavvicinarsi visivamente a quanto di più spirituale e immateriale ci sia, provando a riconoscere l’amore dentro ognuno per ricongiungersi con la propria vera identità e natura.

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