No church in the wild

No church in the wild

Un viaggio tra i pentecostali africani di Modena

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Parole: Francesco Blandini   |   Immagini: Gianluca Muratori   |   Video: Nicolò Faietti

 

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

R.M.Rilke

Il clima sulla vetrina dell’alimentari cino-africano di Via Bonasi è da campagna elettorale, i manifesti delle chiese pentecostali si sovrappongono uno all’altro in un Tetris di volti ed espressioni che si muovono nella forchetta che va dal placido/rassicurante al Jules Winnfield. Carta patinata, frasi iperboliche, accostamenti cromatici da crisi epilettica. È evidente come siano stati studiati per non accontentarsi di una parte della tua attenzione, ma per prendersela tutta. Dalla mischia sono i ghanesi della Holy Land a uscirne con la palla, promettendo una tre giorni di festa, preghiera e guarigione e guarnendo la proposta con una foto del pastore Joe, braccio destro alzato e tre dita distese, cristallizzato in un atto benedicente alla Pio XII. Il pastore indossa quello che ha tutta l’aria di essere un clergyman bianco, lo stesso abito per il quale da lì a una settimana proverò scariche di invidia totalizzante. Rispondono i nigeriani della Grazia dell’Abbondanza di Cristo con un claim in corpo 48 da far impallidire gli spettacoli con le tigri albine di Siegfried & Roy: VIENI A SPERIMENTARE UN’ESPERIENZA INIMMAGINABILE.

La curiosità mi strattona così forte da farmi inciampare sulla soglia dell’alimentari; dopo un minuto ho già un indirizzo, una data e un tubo di Pringles alla paprika.

Un’esperienza inimmaginabile, chi sono io per dire di no.

Fatto: il pentecostalismo cresce, e lo fa più di tutti gli altri (Islam escluso). Se presi assieme ai carismatici, sfiorano i 600 milioni di adepti nel mondo. Le comunità africane sono quelle col grafico fedeli/tempo più ripido, un’ascesa che ricorda più un iperbole che una retta, roba da ramponi e piccozze.

E a Modena?

Nascoste in bella vista, le chiese africane sono disposte a rosario attorno al centro urbano. Palestre, vecchi capannoni industriali, stanze 10×10 con densità di uomini per metro cubo da primo Luglio ‘17 al Parco Ferrari. Quando persone con la stessa fede decidono di mettere un vestito ad un luogo, tutto può essere chiesa. Ne ho contate più di dieci e ogni volta che ne visitavo una, ce n’era almeno un’altra accanto, di fronte, sopra. A gruppi di due o tre, come le ciliegie. Così quando decido di far visita al pastore Godstime, che gestisce una pentecostale di nigeriani sulla via Emilia Est, proprio alle spalle del capannone degli arredamenti Bertoli, finisce che sbaglio porta e mi trovo puntati addosso un centinaio di fari ghanesi.

Benvenuti alla New Birth Christian Centre.

Fotografia di Gianluca Muratori

Chiunque si sia imbucato ad una festa almeno una volta nella vita conosce bene il peso dei passi nei primi cinque minuti. Conosce la diffidenza nell’aria, gli sguardi interrogativi. Che cosa vuoi?

Mi ero accordato con lady Monica, la moglie del pastore Godstime, ma di lei non c’è traccia. Quando leggo il nome della chiesa a caratteri blu sopra l’altare capisco di essere entrato in quella sbagliata. Che cosa vuoi?

Il concetto di mosca bianca è così solido che posso toccarlo. Sarà buffo ripensarci a fine giornata, quando avrò stretto qualcosa come settanta mani e ricambiato un numero di sorrisi da paresi facciale. Vengo condotto dai pastori Peter&Kufi, che prendono atto del mio status muscoide e accettano di farmi assistere alla funzione.

In termini di durata, le messe pentecostali stanno a quelle cattoliche come il pranzo di Natale sta alla pausa pranzo in ufficio. Lo schema è fisso e conta, in ordine decrescente di compostezza: sermone, preghiera, ballo scatenato. Tutti i predicatori che ho incontrato sembrano conoscere molto bene gli strumenti dell’oratoria, e ciascuno li declina secondo il proprio stile. Neanche nel momento che storicamente è sempre stato quello più tedioso in tutte le funzioni di tutte le religioni del mondo – quello della predica – c’è spazio per la noia, i fedeli sono continuamente incalzati con domande, viene chiesto loro di portare la propria testimonianza. Se hanno tutti la faccia incollata allo schermo dello smartphone, è solo perché dentro ci tengono la Bibbia digitale.

È però durante i momenti scanditi dalla musica che i fedeli raggiungono il massimo grado di coinvolgimento. Nessuna delle chiese che ho visitato lascia nulla al caso, quando si tratta di far sentire lassù la propria presenza. Ho visto mixer audio con più tasti di un cockpit e batteristi tenere il tempo in base ai versetti. Ho visto uomini provare gli strumenti a fiato nel parcheggio, nei pressi della carcassa di un’Alfa 156. Ho visto la star del gospel Mabel Okyere intonare la prima nota della hit Mewo Jesus con un gruppo di otto coristi e contemporaneamente far spuntare con un cenno copie masterizzate del suo cd a cinque euro. (Soldi che sono stato felicissimo di spendere, anche se una volta a casa mi è sorto il dubbio che quella non fosse veramente Mabel, come mi è stato fatto intendere).

Durante la preghiera la musica svolge un ruolo fondamentale. Prende per mano il fedele e lo porta via, in un posto dove possa scendere a patti con se stesso. C’è chi si inginocchia, chi piange, chi si tiene la pancia, chi si butta a terra. Tutti soli, uno a fianco all’altro. Se non è ipnosi collettiva, ci si avvicina molto.

Per un momento, qualcosa di elettrico e molto potente prende posto in sala.

Foto di Gianluca Muratori

Fatto: Tra Nigeria e Ghana ci sono in linea d’aria poco più di duecento chilometri. In mezzo stanno strette le repubbliche di Togo e Benin, sottili come fette di prosciutto. A separare nigeriani e ghanesi in via Emilia sono un civico e poco più di duecento millimetri, lo spessore della parete in cartongesso che divide la New Birth dalla Christ Abundance Grace.

Quando il giorno prima ho incontrato lady Monica per chiederle di assistere alla loro messa, lei ha sorriso e ha detto:”Ok, porta con te un malato. Se ne hai uno“. Mi presento con il fotografo che, al netto del pacchetto di Camel fumato nel corso della mattinata, per la verità sembra piuttosto in forma.

Realizzo subito di essere quello peggio vestito, staccato di misura. Alcuni uomini spostano letteralmente il concetto di vestito della Domenica su tutto un altro livello. La stringata in vernice sembra essere la calzatura d’elezione, e quella del pastore Godstime naturalmente é la più lucida di tutte, di un nero onice estinto in natura, il che potrebbe rispondere al perché alcuni fedeli nelle prime file indossino gli occhiali da sole anche all’interno. Non mi stupirei se alcuni dei mocassini più audaci, prima di venire riposti nella scarpiera alla fine di questa domenica, piú che puliti venissero affilati. In fondo alla sala, sotto alla stampa di un sentiero nella pineta, un ragazzo armeggia con un treppiede fotografico professionale, un trabìccolo alto come un cristiano che sarebbe perfetto per immortalare la schiusa delle uova di pinguino da una rompighiaccio spazzata dalla tempesta antartica. Visto a distanza, sembra muoversi con una grazia fuori dal tempo, lento e preciso come un missile sott’acqua. Decido di avvicinarmi a lui, e ad ogni passo metto a fuoco nuovi dettagli: non è elegante, è Il Più Elegante (I.P.E.). Indossa occhiali Aviator con montatura dorata e panciotto doppio petto rosso, come la cravatta e le slippers in velluto. Non ho bisogno di tornare qui ad Agosto per sapere che, quando i ventilatori a pale sul soffitto riusciranno soltanto a spostare masse di aria bollente da un punto all’altro del capannone, il nodo Windsor della cravatta rossa di I.P.E. sarà sempre impeccabile.

Il colore dominante all’interno della chiesa è il rosso. La moquette che riveste il pavimento del capannone è a strisce rosse e blu, rossi anche i blazers dei nigeriani della band. Chiedo ad una ragazza se sono i colori ufficiali della congregazione, mi risponde che sono belli e basta. Il tastierista sotto la giacca porta una t-shirt con la scritta in caps lock “I HAVE NO IDOLS”, una cosa che faccio notare a lady Monica ma sembro trovare divertente solo io.

Anche qui il momento della preghiera raggiunge profondità speleologiche. Tutto è vissuto con un’intensità fuori scala, ci sono donne che stringono in mano fazzoletti di cotone e uomini che si asciugano le lacrime con mani delle dimensioni di un’utilitaria. Verrebbe da abbracciarli, da dargli una pacca sulla spalla e dir loro “ehi, andrà tutto bene”, se non fossero tutti molto più grossi di me, nessuno escluso. La bilancia rischio/beneficio pende pericolosamente a sinistra.

Foto di Gianluca Muratori

La domenica successiva è il turno della Holy Land, una pentecostale in Via Staffette Partigiane dietro l’autofficina di Aziz e Mohamed, a cui si accede percorrendo una via interna invasa dall’odore di fritto misto della vicina pescheria Bellucci. Durante la conversazione del giorno prima, il pastore Joe pianta i paletti.

Vedi, nel mondo ci sono due entità. Da una parte c’è Dio, che è grazia e abbondanza. Dall’altra c’è il Diavolo, che prospera nella malattia, nel dolore. Alla mattina avremo a che fare col primo, al pomeriggio tratteremo col secondo“.

Da quando nel 1995 sono stato imbarcato con l’inganno in una crociera-pellegrinaggio con l’ex monsignor Milingo, mi è rimasta addosso una voglia insoddisfatta di vedere una persona guarita sul colpo, di assistere al miracolo. Realizzo che potrebbe essere la volta buona, se solo mi fosse concesso di venire di pomeriggio, quando tratteranno con l’Altro.

Tu verrai di mattina“.

Fatto: ogni chiesa pentecostale ha il suo fondamento economico nel pagamento della Decima da parte di ciascun adepto. Il meccanismo è semplice: ogni mese giri alla tua chiesa un decimo di quello che guadagni. I soldi vengono investiti in strumenti musicali, mixer, nel treppiede fotografico di I.P.E., in qualunque cosa serva alla comunità per far funzionare questa perfetta macchina d’intrattenimento e redenzione.

Vengo affidato ad Abigail, la nipote del pastore, che si presta a farmi da traduttrice simultanea attingendo ad una fonte di pazienza apparentemente inesauribile. L’argomento della mattina è l’enumerazione dei sette vantaggi conseguiti col pagamento del proprio tributo alla chiesa e le sette sfortune in caso contrario. Viene riportata la testimonianza di un fedele che ha sognato rubinetti che si chiudevano mentre si lavava.

La distribuzione delle buste vuote è affidata ad un ragazzotto che sotto le maniche a rete lascia intravedere due braccia che sono pistoni idraulici. È il tipo di persona che con un pugno al tronco potrebbe far cadere la frutta dagli alberi. Non ho mai visto nulla incarnare così bene il concetto di riscossione. I fedeli in fila ordinata vanno poi a infilare le buste all’interno di due timpani posti sotto l’altare, e il contenuto di ciascuna viene annotato con dovizia su un quadernone dell’Uomo Ragno.

Quando chiedo ad Abigail cosa succede nel caso qualcuno si trovi in difficoltà e non riesca a riempire il timpano, lei sorride e dice che può tranquillamente provvedere il mese successivo. Con gli interessi.

Oggi è anche il giorno del battesimo del piccolo Alvin, ma la superstar è il pastore Joe, che per tre ore consecutive benedice, battezza, canta e impone le mani senza che il completo bianco perla che indossa faccia la minima piega.

Foto di Gianluca Muratori

Una volta fuori dal capannone, il fotografo mi fa cenno di fare silenzio e mi indica un punto all’interno della polisportiva Sacca da cui proviene una musica ad un volume tale da riportare in vita il signor Dolby. Non possono essere i ragazzi del Crossfit, a meno che non abbiano iniziato ad allenarsi coi Gospel. Mi accorgo che dall’interno di una piccola stanza della polisportiva qualcuno deve aver rivolto due casse da 400 Watt – minimo – verso le finestrelle aperte. Da fuori non riesco a vederle distintamente, ma le tende che le nascondono si gonfiano per la compressione dell’aria. Per la legge della ciliegia, là dentro deve per forza esserci un’altra chiesa.

Scavalco la recinzione e mi sottopongo al solito iter: diffidenza, traduzione dal pastore, valutazione tassonomica dello status di mosca, via libera. La cappella Life Gate è piccolissima e piena di fedeli, un cartello con scritto “palestra” affisso sulla porta accanto rende concreta l’ipotesi che nei tempi bui del paganesimo questo sia stato uno spogliatoio. Tre ventilatori e un nebulizzatore vanno a cannone: stare qui dentro d’estate deve essere considerato di per sè un atto di fede. La stanza è tutta addobbata, festoni e palloncini ovunque: la presenza di una bottiglia di olio d’oliva Monini sul leggìo suggerisce come anche qui oggi sia giorno di battesimi. Il pastore è conosciuto col nome di Profeta Prince e indossa un completo Tartan grigio-rosso. Negli occhi ha un fuoco freddo, mentre racconta di come non avrebbe mai aperto una Bibbia se fosse andato a scuola e di come ora non stia lavorando perché è in attesa che Dio gli dica che cosa è meglio per lui. Ho l’impressione che il profeta Prince possa fare un’ecografia senza bisogno di strumenti.

Foto di Gianluca Muratori

È sera, in macchina infilo il cd di Mabel Okyere. Non capisco nulla dei testi, ma l’intenzione è chiara. Sembra di averli ancora davanti, questi uomini e queste donne, riusciti nell’impresa di ritagliarsi un pezzetto di casa lontano da casa. Un porto sicuro, in tempi di navi in balìa delle correnti.

Forse il vero miracolo sta tutto qui.

Foto di Gianluca Muratori

Per una lettura completa, consigliamo di utilizzare la playlist presente a questo link come sottofondo:
No Church In The Wild, di Jay-Z, Kanye West e The-Dream
Take Me Coco, di Zap Mama
Crosses, di José Gonzáles
Mewo Jesus, di Mabel Okyere

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