Il tempo che stiamo vivendo ci ha messo di fronte ad una narrazione mediatica spesso apocalittica e incontrollata, all’utilizzo spropositato di parole e modi emergenziali che hanno contribuito a definire e alimentare un tono di conversazione paranoico e molto spesso sopra le righe. In un lasso di tempo brevissimo ci siamo riversati in rete, chi per ascoltare e guardare, chi per parlare ed agire, e l’iperconessione nella quale ci siamo immersi ci ha spesso disorientati e spaventati.

Linguaggio
Forma di condotta comunicativa atta a trasmettere informazioni e a stabilire un rapporto di interazione.

Esiste un linguaggio che semina odio, paura, sfiducia e che genera egoismo. Poi ne esiste un altro, opposto, che si prende quotidianamente la responsabilità di muovere al buon senso, alla comunità e che è materia da maneggiare con cura, perché contribuisce a creare una percezione costruttiva del tempo.

Lavorando nell’ambito della comunicazione mi sono ritrovata letteralmente inondata da messaggi e contenuti che appartengono alla prima categoria di linguaggio sopra citato, e, oltre a subirne le conseguenze in termini di stress emotivo, ho tentato ogni volta di farmi delle domande e riflettere sul perché quel determinato modus fosse utilizzato da quella specifica persona, o pagina social, o realtà.

Forse sono stata eccessivamente ricettiva e certo in alcuni casi l’utilizzo di tecnicismi e termini riferiti al particolare periodo che stiamo vivendo è stato necessario, ma in tanti altri casi invece mi sono trovata di fronte a chi ha scelto, quasi sempre volontariamente, di allontanarsi dalla sobrietà alla rincorsa dello scoop. E non è un caso che presto si sia iniziato a parlare di infodemia, di un getto improvviso di informazioni contraddittorie che non hanno fatto altro che alimentare la deformazione di notizie e realtà.

Cosa c’entra tutto questo con la cultura?

Tutto questo con la cultura c’entra moltissimo; e c’entra con chi, attraverso la cultura, condivide idee, forme artistiche, visioni. Sarebbe importante in ambito culturale non scordare mai che l’utilizzo corretto delle parole e del linguaggio, in ogni sua forma, è un punto fondamentale di partenza per trasmettere informazioni nella maniera più completa possibile e per condividere forme espressive diverse, ma che abbiano l’obbiettivo comune di arricchire pensiero e senso critico e civico.

Condividendo queste riflessioni in redazione, io (Valentina Fabbri) e Giulia Caverni ci siamo ritrovate a scambiarci esempi rassicuranti di chi, in questo tempo rallentato, ha utilizzato la propria creatività e il proprio sapere nell’ottica di trasmettere, attraverso un linguaggio positivo e propositivo, una cultura fatta di competenza e osservazione, mettendola a disposizione di tutti. Chi l’ha fatto attraverso il proprio mestiere e la propria arte, chi l’ha fatto con più spensieratezza dal divano, nei momenti di esplosione creativa. Progetti e idee diversi sviluppati attraverso forme e strumenti altrettanto diversi, ma con una linea che io e Giulia abbiamo percepito come comune: l’utilizzo di un linguaggio alternativo.

Abbiamo così deciso di raccogliere le testimonianze di chi non si è mai messo nella trappola dell’hashtag più cliccato e attraverso poche domande abbiamo conosciuto meglio alcune “portatrici sane di visioni” e approfondito i loro recenti progetti.

Partiamo da quello che ci ha maggiormente colpite.

Intervista a Chiara Ferrin

“Mi sono resa conto presto che non mi interessava fotografare la mia vita in quarantena o la veduta dalla mia finestra”

Di Chiara Ferrin vi abbiamo già parlato più volte su MoCu, dei suoi progetti e del suo lavoro come fotografa per la compagnia del Teatro dei Venti.

Chiara vive e lavora a Modena, è una fotografa attenta e sensibile e pone il suo spettatore davanti ad atmosfere d’urgenza, caratterizzate da quell’incoscienza ambientale che determina paesaggi senza soluzione di continuità.

Oggi vi raccontiamo del lavoro online nato in questi ultimi mesi, Google Street View e la ricerca fuori di casa.

Gela-UlanBator, Chiara Ferrin
Gela – UlanBator, Chiara Ferrin

Com’è nato questo tuo ultimo progetto?

Attualmente il mio lavoro è incentrato sulla questione ambientale e mi sono resa conto presto che non mi interessava fotografare la mia vita in quarantena o la veduta dalla mia finestra.

Un giorno avevo sotto mano la cartina geografica della Sicilia, l’ho guardata chiedendomi cosa avrei potuto farci. Sono velocemente passata a Google Street View. Ho ripercorso strade della Sicilia che avevo già percorso nella realtà e ho ritrovato le stesse contraddizioni e gli stessi contrasti che avevo fotografato in passato. È stato inevitabile iniziare una ricerca vera e propria e spostarmi in zone del pianeta a me sconosciute. Nel frattempo è diventata per me anche un’esplorazione del mezzo, e dopo aver constatato che tante zone non sono mappate, mi sono concentrata su quelle più critiche e allo stesso tempo visibili.

Indonesia. Palme da olio, Chiara Ferrin
Indonesia. Palme da olio, Chiara Ferrin

Per l’Indonesia, ad esempio, ho dovuto documentarmi per localizzare le zone più sfruttate per le coltivazioni di palme da olio, per evitare di girovagare a vuoto senza mai trovarle, e devo dire che non è stato immediato reperire informazioni più dettagliate. In questi giorni mi sto spostando nella zona tra Giordania e Israele, dove secondo un progetto denominato “Fioritura del deserto” le coltivazioni intensive e non endemiche stanno prosciugando le acque del mar Morto, a causa della deviazione del corso del Giordano, il Giordano stesso e il lago di Tiberiade.

La mia intenzione è tentare di evidenziare quanto il nostro stile di vita, in qualsiasi parte del globo, abbia determinato la situazione attuale. Non so ancora se questo lavoro prenderà una forma al di fuori del web, al momento quello che più mi interessa è la fase di ricerca.

Gerico. Coltivazioni industriali, Chiara Ferrin
Gerico. Coltivazioni industriali, Chiara Ferrin

Oggi siamo vittime di una infodemia: voci più o meno autorevoli sentono la necessità di condividere consigli e pensieri abusando di uno strumento che, se usato con i giusti criteri, ha un grande potere: il linguaggio.

Fermo restando che la libertà d’espressione è croce e delizia della Democrazia e senza entrare nei meriti dell’assenza di un pensiero critico, secondo te, tutti questi contributi che fine faranno? Cosa resterà e grazie a cosa?

Ho smesso presto di leggere gli articoli che consigliano come impiegare questo tempo.

Ho trovato molto più utile leggere quelli che affrontano la questione pandemia come conseguenza inevitabile dello sfruttamento sconsiderato del pianeta, e come occasione imperdibile per ricostruire partendo da questa consapevolezza. L’insostenibilità ambientale dei nostri stili di vita dovrebbe essere la questione prioritaria per tutti, in primis per il singolo cittadino. Invece dubito che il disastro che stiamo vivendo porterà a grandi prese di coscienza. Credo che il desiderio più diffuso sia di tornare dove ci siamo interrotti e da lì riprendere come se nulla fosse successo. Nonostante abbiamo apprezzato le città liberate dallo smog e dal caos, la normalità che abbiamo vissuto fino a febbraio sembra essere l’obiettivo a cui tendere. Una tensione verso il passato conosciuto, anziché verso un futuro migliore. Così, già oggi vediamo chi progetta viaggi intorno al globo esattamente con il ritmo di prima, vediamo per le strade una nuova categoria di rifiuto, le mascherine e i guanti in lattice, e ancora sentiamo politici parlare dell’urgenza di partire con cantieri di infrastrutture devastanti.

In conclusione, credo che della comunicazione attuale resterà tutto, perché tutto avrà contribuito a connotare questo periodo. Vedremo se ne nascerà una riflessione collettiva.

Modena - Ovorhangai (Mongolia), Chiara Ferrin
Modena – Ovorhangai (Mongolia), Chiara Ferrin