Simone Ghiaroni e la prima presentazione del libro “Il disegno selvaggio”

Simone Ghiaroni e la prima presentazione del libro “Il disegno selvaggio”

Un antropologo alla scuola materna.

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Alla Libreria Incontri di Sassuolo Simone Ghiaroni, autore del libro Il disegno selvaggio, docente di Discipline etno-antropologiche all’Università di Modena e in altri atenei italiani, ha raccontato all’artista modenese Fabrizio Loschi la sua esperienza con una tribù sui generis: i bambini della scuola d’infanzia di Gorzano di Maranello. Il disegno, che sia infantile e selvaggio o maturo e riconosciuto come opera d’arte, è stato il trait d’union perfetto fra le esperienze dei due amici. A conclusione della presentazione del volume, uscito questo novembre per Meltemi, ho avuto la possibilità di approfondire per MoCu alcuni punti emersi nel corso della serata.

Fotografia di Alessio Bogani

Il disegno selvaggio che dà il titolo al libro è quello non addomesticato proprio del bambino; ma fino a che fase del percorso scolastico credi sia possibile ritrovarlo come ancora selvaggio, a prescindere dalle differenze individuali?
Esistono contesti che possono promuovere o meno l’utilizzo del disegno come mezzo di comunicazione. La struttura delle scuole dell’infanzia, più attente e aperte alle espressioni creative individuali dei bambini, favoriscono l’uso dei disegni in modo “selvaggio”, mentre la struttura più rigida a cui è ancora legata la scuola primaria lo limita, senza per questo escluderlo. La mia idea di disegno selvaggio non si applica solo ai bambini, ma significa una modalità di uso delle immagini propriamente umana, che rimane anche negli adulti, coscientemente limitata a favore di un disegno più “addomesticato”; mi riferisco all’uso rappresentativo delle immagini, o a tecniche di disegno come la prospettiva. L’uso selvaggio, ovvero non educato ma spontaneo, del disegno rimane ed è immediatamente comprensibile, semplicemente viene disincentivato negli adulti, pur riemergendo costantemente.

Inserirsi in una classe di bambini di cinque anni senza risultare invasivo sembra un percorso difficile: secondo te che cosa di un adulto porta un bambino a prendere le distanze, e che cosa invece ad avvicinarsi a lui?
Entrare nei gruppi di gioco dei bambini è complesso, soprattutto perché ci sono differenze evidenti e ineludibili, non si può “fingere” di essere un loro pari, un bambino. L’aspetto che più separa adulti e bambini, soprattutto in un contesto come quello scolastico, è l’atteggiamento valutativo degli adulti, atteggiamento che i bambini riconoscono e da una parte richiedono e dall’altra subiscono. Un adulto che non si ponga in termini di educazione, valutazione, risulta un personaggio strano, sghembo, che esce dalle righe tracciate. Ma appunto per questo diventa un essere che suscita la curiosità dei bambini che pian piano lo includeranno nei loro giochi e nelle loro conversazioni.

Se tu dovessi scegliere un solo disegno fra tutti quelli che ti sono stati donati nel corso di questa ricerca, un disegno che ti abbia colpito, illuminato o commosso in modo speciale, quale sceglieresti?
Sono molto legato all’ultimo disegno di cui tratto nel libro, quello che ho chiamato “la storia della principessa innamorata”. È uno dei primi disegni che ho raccolto e commentato, il testo che ancora si ritrova nel libro è praticamente identico a quello che scrissi di getto. In quel disegno vedo tutti gli aspetti che lungo i capitoli del volume cerco di chiarire e nel disegno di Gaia si trovano in un modo per me limpido e perfetto. La perfezione della selvatichezza del disegno infantile, perché, parafrasando Semper, non c’è infanzia dello stile nemmeno negli stili dell’infanzia, ovvero tutti i disegni sono perfetti per i propri scopi, se riusciamo ad uscire dai nostri codici comunicativi adulti e impariamo a leggerli nei loro propri termini.

È possibile individuare delle differenze legate al genere di appartenenza dei bambini autori dei disegni?
Sicuramente esistono differenze riscontrabili nei temi iconografici, ovvero nei soggetti ricorrenti disegnati da bambini o bambine. Ricalcano i cosiddetti pregiudizi di genere basati soprattutto sulla cultura del consumo televisivo, quindi sport (soprattutto calcio e motomondiale) per i bambini e spesso figure femminili come principesse per le bambine. Esistono però anche ampie zone di sovrapposizione, soprattutto nell’uso del disegno come comunicazione e per instaurare relazioni sociali che è condiviso da tutti i bambini e le bambine.

A MoCu interessano le storie personali che stanno dietro le creazioni, i prodotti e le scelte, storie che spesso passano sotto silenzio. Cosa ti ha portato, da antropologo, a scegliere il disegno infantile come ambito di ricerca per il tuo Dottorato di Ricerca?
Di formazione sono un africanista da sempre interessato soprattutto agli aspetti religiosi e rituali, ho infatti lavorato sui temi del sacrificio, della divinazione e della stregoneria. Grazie al lavoro di ricerca del mio maestro Carlo Severi, mi sono accorto di come quegli strumenti interpretativi che avevo sempre usato per i rituali fossero utili anche per leggere in modo differente, e ancora mai tentato, i disegni infantili. Infatti non sono un antropologo dell’infanzia, ma mi interessa come alcuni linguaggi come per esempio quelli grafici o musicali, siano straordinari strumenti per costruire un senso da conferire al mondo e condividerlo con gli altri.

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