Azdora musa inquietante

Azdora musa inquietante

Le signore romagnole sovversive regine del noise a Santarcangelo dei Teatri

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Si dice Rezdora in Emilia e Azdora in Romagna. Ma il significato è sempre lo stesso: la reggitrice, la donna a cui è assegnato il compito di “reggere” la famiglia, amministrare la casa, prendersi cura di chi la abita.

Tale donna, si dice da queste parti, fa la casa o la disfa. Un certo potere e insieme una responsabilità che non conosce tregua o vacanza; ma cosa accade se a un’azdora sono concessi uno spazio e un tempo in cui liberare il proprio potenziale distruttivo invece di sopprimerlo, in cui badare solo a se stessa, in cui “disfare la casa”?

A Santarcangelo di Romagna è esistito uno spazio simile: lo Spazio Saigi, ribattezzato in queste occasioni Azdora Club, nessuna finestra, l’aria greve di fumogeni, una barriera di suoni ipnotici e nerissimi, e poi loro, le azdore protagoniste, un capannello di signore di mezz’età che sfoggiavano con perturbante nonchalance grembiuli fiorati e trucco pesantissimo black metal, ventagli e scritte sbavate degne dei Darkthrone.

 

 

Esattamente un anno fa ero lì, seduta al cospetto di un piccolo tribunale di Azdore, chiamate a decidere quale delle storie raccontate dagli otto volontari fra il pubblico, fra cui la sottoscritta, meritasse di essere eternata da un tatuaggio. Un’anomalia considerevole, affidarsi fiduciosi a un’azdora non per salvare una camicia macchiata di Sangiovese, o per apprendere i segreti della sfoglia perfetta, ma per farsi tatuare il nome di un’azdora cui si è legati.

Eternal Commitment è stato uno dei rituali del progetto Azdora, costruito da Markus Öhrn, artista svedese residente a Berlino, ispirandosi alla figura della sua nonna svedese Eva Britt. Per Santarcangelo dei Teatri Markus, con l’intenzione di indagare il ruolo della padrona di casa come cardine della vita familiare, ha reclutato alcune donne del luogo e nel lavoro preparatorio sviluppato con questo gruppo sempre più coeso ha riscontrato “un’enorme somiglianza fra due realtà geograficamente lontanissime, ma con ruoli e dinamiche familiari molto simili. Una somiglianza che tocca la vita delle donne di quasi tutto il mondo.”

Lavatrici distrutte con gioia, voci deformate in puro growl, liberatorie azioni di disturbo, tatuaggi e scritte spray sui muri sono solo alcuni dei passi delle Azdore nel cammino di sperimentazione di un’identità altra. Ciò che appare a un primo impatto come elemento di connessione fra tutti i rituali è il suono, cupo e ancestrale, ossessivo e lontano dalla comune idea di armonia; e non solo quello udibile, ma anche quello evocato dalle innumerevoli citazioni black metal presenti nell’estetica del progetto. Il suono non si limita a unificare le esperienze delle Azdore, ma è esso stesso parte del percorso verso la catarsi; sempre più appreso, vissuto e suonato nel corso degli ultimi loro rituali, è stato fissato in un LP che sarà presentato e donato solo agli spettatori del Ritual #12, venerdì 15 luglio a mezzanotte in una location segreta di Santarcangelo. Al fianco di Markus Öhrn dall’inizio del progetto, la guida sonora delle Azdore nei territori ostici della sperimentazione musicale è Stefania Pedretti, voce e membro di Allun e OvO e del progetto solista ?Alos.

“Lavorare con 15 donne non professioniste intorno ai 60 anni e portarle a suonare heavy noise metal è il Caos che prende forma. Un rito catartico di una potenza inimmaginabile.” dice Stefania. “Non avrei mai pensato che si innamorassero così tanto del suonare e di questo tipo di suono. Vederle alle prove suonare tutte orgogliose e sorridenti le chitarre, i synth modulari, le voci a volumi devastanti è una soddisfazione incredibile.”

DAI è il titolo del vinile e del concerto-evento di venerdì: una parola che è incitamento e intercalare consueto in Romagna, comune eppure assurta a mantra distorto quando gridata ossessivamente dalle bocche di queste signore.

L’esperienza di Azdora non è rimasta confinata a Santarcangelo; a febbraio ha invaso gli spazi del Raum di Bologna, e ad agosto è attesa alla Biennale di Wiesbaden.

“Azdora è un lavoro che ha toccato e cambiato la vita quotidiana e personale di alcune di queste meravigliose donne” conclude Stefania . Come mi ha detto una di loro “Facciamo tutto quello che nessuno si immaginerebbe fare da donne della nostra età!”.

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