Una Commedia senza fine – Approfondimento su “La commedia della vanità”

Una Commedia senza fine – Approfondimento su “La commedia della vanità”

Lo spettacolo di Elias Canetti per la regia di Claudio Longhi, in scena al Teatro Storchi dal 27 novembre.

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Di Daniele Pellegrini e Jovana Malinaric, allievi del corso Perfezionamento Dramaturg Internazionale, nell’ambito dell’operazione “Per un sistema internazionale: Scuola di Teatro Iolanda Gazzerro” Rif. PA 2018-9877/RER, approvata con DGR 1208/2018 del 30/07/2018 e cofinanziata da Fondo Sociale Europeo, (Progetto 3)


ORE 15:30. Siamo nella Sala di Fuoco. Gli attori provano le loro parti, due musicisti li accompagnano misurando attentamente il tempo. Il nome di questo spazio – pensiamo subito – è emblematico. Sì, lo è, perché le battute che risuonano tra le volte della Corte Ospitale di Rubiera sono tratte da un testo in cui i roghi, soprattutto quelli alimentati da libri, specchi, fotografie e immagini di ogni tipo, sono all’ordine del giorno: l’opera in questione è La commedia della vanità, l’anno di composizione è il 1933, e il suo autore si chiama Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura nel 1981.

Ritratto di Claudio Longhi – fotografia di Riccardo Frati

A portarla in scena è Claudio Longhi, regista e Direttore di Emilia Romagna Teatro Fondazione. Le sue note recitano così sullo schermo del nostro tablet: «In un remoto borgo innominato – così in odore di Vienna, ma forse non tanto distante da Berlino (o Parigi, o Roma, o Metropolis…) – in un tempo lontano – e pur così vicino al presente (anni Trenta del secolo scorso o oggi?) – per insindacabile decreto delle autorità superne, al fine di purgare l’umanità, guarendola dal canceroso morbo della vanità, è disposta la distruzione di tutti gli specchi, così come di tutte le immagini dell’uomo. [ …] Nell’implacabile divenire dello spietato ordigno drammaturgico congeniato da Canetti, il gran falò dell’umana vanità da cui l’intreccio prende le mosse è solo il primo atto di una folle “commedia umana”, degna dello Steinhof, incentrata sulla letale “malattia dello specchio” (sorta di catatonia in cui sprofondano quanti non riescono più a ritrovare se stessi, smarrite per sempre le proprie immagini) che di colpo di scena in colpo di scena – tra furti, minacce di morte e di torture ed espedienti di ogni genere – finisce con l’esplodere nell’inquietante epilogo aperto, tra il profetico e lo scaramantico, su cui cala il sipario».

ORE 14:40 Fredda Rubiera, più di Modena. Arriviamo alla Corte attraverso una strada sospesa tra i campi e la nebbia. Tempo di scattare qualche foto alle mura del chiostro, sperando che Canetti approvi, e siamo già dentro, nell’area ristoro, dove ci attendono i tre attori che ci concederanno l’intervista. Sorridono Diana Manea, Michele Dell’Utri e Simone Francia, sono ospitali. Ci spostiamo nella Sala di Fuoco. Prendiamo posto intorno a un grande tavolo di legno. È subito chiaro che le nostre domande non potranno mai esaurire la vastità delle riflessioni che La commedia introduce. Non abbiamo molto tempo a disposizione, meglio allora convergere su un dialogo libero, fluido; meglio che siano gli attori a parlarci dello spettacolo attraverso la loro esperienza, i loro ruoli.

 

Michele, Simone, Diana, ci piacerebbe sapere come vi siete relazionati con il testo di Canetti e che tipo di lavoro avete portato avanti dal punto di vista attoriale nell’interpretare i vostri personaggi.

Michele: Io interpreto il ruolo del predicatore Brosam, colui che, nell’economia del testo, rappresenta la voce del potere e che, allo stesso tempo, ne è vittima. È l’aizzatore delle folle, ma anche colui che viene sfruttato dal sistema per le sue abilità di convincimento retorico. Dieci anni dopo lo ritroviamo quasi dimenticato. È come se da una posizione di grande forza e preminenza nella sfera pubblica passasse a una condizione di oblio privato, perché il potere si è ormai consolidato e non c’è più bisogno di figure come la sua. A questo punto Canetti ne mette in luce le debolezze, l’intimità, le ragioni interne che sono alla base della sua accettazione di questo meccanismo perverso. Brosam non ha mai dubbi, è categorico.

Che effetto fa essere la voce del potere sul palcoscenico?

Michele: Il nostro approccio alla messa in scena non è mai di tipo naturalistico. C’è sempre la volontà, da parte dell’attore, di offrire un giudizio sul personaggio che interpreta. Personalmente trovo molto interessanti i discorsi di Brosam. Ma come posso, allo stesso tempo, recitare la sua parte e comunicare allo spettatore la mia distanza dalle sue posizioni? È stato utile, ad esempio, documentarmi con alcune interpretazioni cinematografiche significative, come quella di Anthony Hopkins in Il rito di Mikael Håfström. Nel concreto, per ricoprire questo ruolo dandone contemporaneamente un giudizio, sto lavorando molto sul modello del presentatore televisivo, così come viene presentato nel monologo di Quinto potere. È un’interpretazione che ho discusso con il regista, Claudio Longhi, e che convince entrambi. A me interessa trovare gli strumenti attoriali per mettere in discussione ciò che il predicatore dice, non la sua figura. Mi interessa far emergere la pericolosità dei suoi discorsi. Spero di riuscire nell’intento.

Canetti scrive un’opera distopica, in cui motore dell’azione è la proibizione, da parte dell’autorità politica, dell’uso degli specchi e, più in generale, di tutti gli strumenti di autorappresentazione visiva. Noi viviamo in una società in cui la costruzione della propria identità attraverso l’immagine è assolutamente pervasiva, soprattutto su alcuni social network come Facebook e Instagram. Ci chiedevamo se c’è stato, in questo senso, un lavoro di attualizzazione dei contenuti di Commedia.

Diana: Siamo in una fase preliminare del lavoro. Forse è ancora presto per dirlo.

Simone: Io credo di no. Nel caso dei nostri spettacoli, quello che fa Claudio Longhi non è mai attualizzare un testo, ma rispettarlo nella sua costituzione originale, lasciando poi allo spettatore la possibilità di trarre delle conseguenze rispetto all’attualità. Devo dire che, la maggior parte delle volte, vengono scelte opere già di per sé corrispondenti a un sentire contemporaneo. Non c’è mai stata la necessità di inserire nello spettacolo dei riferimenti espliciti al mondo in cui viviamo.

Diana: Sono d’accordo. Il pubblico, secondo me, ha talmente presente la relazione del testo con l’uso che noi facciamo dell’immagine che il collegamento si genera quasi automaticamente. Non ha bisogno di essere teletrasportato in una realtà ancora più vicina alla nostra: sarebbe troppo scontato.

Michele: La cifra stilistica di Claudio presuppone l’idea che le cose, a distanza, si vedano meglio. Il fatto che la scena di Commedia probabilmente evocherà molto chiaramente un circo è esplicativo. Si tratta, in fondo, di ricercare l’universale nella rappresentazione di un microcosmo, che corrisponde a quello di una piccola città mostruosa e violenta. La filosofia di lavoro che da anni portiamo è che l’esperienza teatrale non si esaurisce nello spettacolo, ma implica anche una serie di attività esterne nelle quali cerchiamo di comunicare e attualizzare una parte di contenuti collaterali. È ciò che chiamiamo “teatro partecipato”: ci serve per offrire strumenti di lettura e interpretazione del testo a un pubblico più ampio e variegato.

Diana: In più il testo ha diverse possibilità di lettura, diverse porte di accesso. Non è un’opera di facile comprensione, sia dal punto di vista attoriale che dal punto di vista del pubblico, ma risulterà divertente, grottesca. Tutti i personaggi in realtà sono delle maschere sonore, cioè delle voci in cui chiunque può riconoscersi. Questo rende sicuramente contemporaneo lo spettacolo.

Il discorso ci porta verso un’altra domanda, che è però di carattere più personale. Quali sono gli elementi che avete trovato interessanti nel testo di Canetti e su cosa, in particolare, vi è piaciuto lavorare?

Simone: Per è interessante come Canetti, nel descrivere questa piccola comunità, riproduca perfettamente i rapporti sociali e di potere di un intero mondo. Ci parla, tra le righe, di come la creazione di una massa, a prescindere dalla sua dimensione effettiva, possa sempre comportare delle aberrazioni. Io recito la parte di un maestro sottomesso a questo genere di logiche, e dal mio punto di vista sono almeno due gli elementi interessanti su cui riflettere: da un parte la funzione che l’istruzione può ricoprire all’interno della società nel generare masse; dall’altra il fatto che il mio personaggio sia balbuziente, tranne nei momenti in cui parla la lingua del potere e non ha più contatti con gli specchi, come se l’atto stesso del rispecchiamento lo esponesse costantemente al pericolo di una paralisi totale.

Michele: Più che del realismo magico Commedia ha, secondo me, la brillantezza della fantascienza. Di Canetti mi affascina soprattutto l’abilità da narratore, la sua capacità innata di raccontare, attraverso il filtro dell’esperienza personale, la Grande Storia. L’autobiografia in lui diventa raffinata strategia letteraria. Mi colpisce, nello specifico, l’idea che questo testo sia stato redatto nel 1933.

Diana: La scrittura del testo, tra l’altro, ha un andamento abbastanza peculiare. Nel primo atto le scene hanno una durata differente, sono più larghe. Più si va avanti, più si stringono, in una sorta di spirale, come se gli stessi discorsi familiari si contraessero fino a collassare, fino a diventare nuclei tanto densi da risultare incomprensibili. È la massa stessa che inizia a fondersi fino a cristallizzarsi nell’immagine della statua che chiude la storia, raccogliendo idealmente in sé tutti gli orrori, le paure e i drammi dei protagonisti.

Forse Canetti ha saputo vedere in anticipo il nostro mondo.

Michele: Forse lo intuiva, ma ciò che rende la Commedia ancora più affascinante ai nostri occhi è che, per quanto tentiamo di spiegarcela, a guardare bene è un’opera senza soluzione, per il semplice motivo che la soluzione, in fondo, non esiste.

 

ORE 16:20. Siamo nella Sala di Fuoco. Gli attori hanno finito di provare le loro parti, i due musicisti lasciano respirare gli strumenti. Finiamo di registrare, ci ricomponiamo, lo zaino è pronto. Lasciamo Rubiera. Fuori è ancora nebbia, ma ora inizia a fare buio. L’aria inizia a diventare pungente, come l’intervista, come lo spettacolo che – adesso lo sappiamo – saprà stupire e divertire a teatro, ma soprattutto, e forse è questa la cosa più importante, saprà farci interrogare sugli scroscianti tempi di passaggio che, in maniera più o meno consapevole, ognuno di noi si ritrova casualmente ad abitare.

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