Antiche o ultra-moderne, luoghi raccolti o spazi mozzafiato, le biblioteche rimangono un riferimento importante nel cuore di ogni città, non solo come istituzioni culturali ma sempre più di frequente ricoprendo ruoli diversi: dall’essere poli museali in alcune metropoli a presidi sociali in piccole realtà di quartiere.

Corridoi colmi di libri, luci tenui e silenzio sono le costanti a cui oggi si sono aggiunti laptop, cuffie e altri strumenti tecnologici. La biblioteca, indipendentemente da quale sia e incurante del tempo, resta un luogo bellissimo, quello che Borges immaginava come il più simile al paradiso.

Perché dovremmo spendere le nostre tasse per una biblioteca in tempi economicamente così difficili, quando i nostri lettori possono ottenere all’istante quasi tutto quello che vogliono da internet?

È con questa domanda che John Palfrey inizia il suo BiblioTech, un saggio pubblicato pochi anni fa sul significato e la funzione che hanno le biblioteche pubbliche nella nostra epoca.

Palfrey non è uno scrittore, non è neppure un docente di letteratura o filosofia, né tantomeno un bibliotecario, niente che lo renda naturalmente sensibile al fascino del libro di carta, ma è un giurista esperto di nuovi media. Un personaggio che nel 2010 ha fondato la Digital Public Library of America, la prima biblioteca nazionale interamente digitale, e contrariamente a quel che ci si potrebbe aspettare da un soggetto con la sua formazione è fermamente convinto che non solo sia giusto spendere soldi pubblici per sostenere le biblioteche, ma che il loro ruolo sia più importante che mai proprio nell’era in cui il web appare dominante.

Nel suo libro lo spiega toccando una serie di temi-guida. Innanzi tutto il fatto che le biblioteche sono l’unico luogo dove l’informazione necessaria per essere impegnati nella vita civile è disponibile gratuitamente per davvero, è sufficiente poter disporre di un po’ del proprio tempo, poi, che si tratti di quotidiani, riviste, libri o documentazione, è tutto disponibile gratuitamente e questo le rende accessibili a tutti i cittadini.

Non è solo una questione di disponibilità/quantità, perché ad esempio gli studenti ricorrono alle fonti immediatamente accessibili sul web, ma sovente queste stesse fonti non sono affatto le migliori e questo non li rende neppure consapevoli di quanto avrebbero potuto far meglio. In questo senso, in tempi in cui fonti informative più immediate sono decisamente variabili per valore e rilevanza, la qualità delle risorse presenti in una biblioteca può rivelarsi impagabile.

Mettendo poi da parte la retorica della biblioteca come luogo poeticamente nostalgico, aspetto comunque apprezzabile emozionalmente, è importante rendersi conto della loro evoluzione digitale. Sono sempre più frequenti le biblioteche che offrono un gran numero di servizi e che non danno in prestito solo volumi cartacei, ma sempre più anche file di testo, audio, video, ebook.

Palfrey conduce a ragionare sull’asse: meno biblioteche – più disuguaglianza. Perché perdendo l’idea di accesso libero alle informazioni, “chi ha” e “chi non ha” si allontanerebbero ancora di più e in questo senso un’istituzione pubblica svolge un ruolo educativo, ancor prima che culturale, fondamentale. Per questo è necessario che nelle comunità esista una possibilità di accesso individuale alla cultura non determinato da quanto denaro si possieda.

Inoltre sarebbe pericolosissimo se la gestione della conoscenza e della fruizione dell’informazione culturale restasse ai privati. Il rischio che poche aziende commerciali tecnicamente capaci ed economicamente potenti determini la gran parte di quello che leggiamo, di come lo leggiamo e in relazione a cosa lo leggiamo, è enorme, anzi il segno è forse già stato passato senza rendersi conto dei danni che questo aspetto sta producendo.

Il settore privato ha avuto un enorme successo e un ruolo fondamentale nell’innovazione digitale, ma se si pensa ai documenti e ai valori culturali, storici, politici e scientifici di una società, è il settore pubblico a dover essere garante e protagonista. Un promemoria: i social network sono piattaforme private. Quello che condividiamo non è più proprietà nostra ma di Facebook, Twitter, Instagram e compagnia.

Bisogna considerare le biblioteche l’ultimo luogo di condivisione libero e gratuito. Potrebbe sembrare un pensiero banale, ma in un tempo come quello che viviamo, gli spazi realmente aperti al pubblico sono sempre meno e l’indipendenza delle biblioteche è importante perché significa che la nostra attenzione, il nostro interesse, il nostro tempo non diventa di qualcun altro.

Un ultimo invito di Palfrey è quello di pensare a come le biblioteche stiano evolvendo. È sbagliato considerarle come “raccoglitori di libri” fuori dal tempo, perché si stanno trasformando in autentiche piattaforme, in luoghi che attorno al libro hanno iniziato a proporre altri servizi mantenendo la socialità tra le persone. Inoltre c’è una sempre crescente organizzazione di strutture che lavorano in rete tra loro, ampliando risorse e proposte.

 


 

Google, Amazon, Apple, Facebook e Twitter, sono tra i protagonisti dell’innovazione relativa all’informazione nell’ultimo decennio. Una visione virtuosa dovrebbe destinare risorse importanti a una prossima innovazione dell’accesso alla conoscenza e all’informazione pensando proprio alle biblioteche pubbliche.

Se la prima innovazione ha dato fonti e servizi forniti da aziende che comunque prima di tutto devono trarre guadagno da quello offrono, è importante che ci si occupi di un accesso alla conoscenza che non sia condizionato e limitato dagli interessi di chi lo propone.

 

 

Un racconto a puntate sulle biblioteche di Modena e provincia

Con MoCu ci apprestiamo a fare un racconto a puntate sulle biblioteche di Modena e della sua provincia. Sarà davvero un racconto, perché ci piacerebbe che di ogni biblioteca si riuscisse a trasmettere qualcosa della sua anima, della sua atmosfera e quello che rappresenta con il suo esserci. Ci proveremo.

Per farlo ci siamo chiesti quale sia la realtà delle biblioteche civiche del territorio e ci siamo trovati di fronte a un contesto strutturato e di notevole livello, probabilmente superiore alla media del paese.

In questo territorio, le biblioteche rappresentano un enorme bene non solo culturale ma anche civico e sociale, vale per la città come per i comuni circostanti. Svolgono funzioni che vanno ben oltre a quella del prestito dei libri o della consultazione, perché offrono specificità differenti l’una dall’altra, propongono attività e iniziative che tengono conto del contesto in cui si trovano e della comunità a cui si rivolgono diventando presidi educativi, sono autentici punti di riferimento e parte dell’identità sociale collettiva.

La geografia delle biblioteche di Modena offre già la possibilità di capire quanto questo settore sia importante nel tessuto culturale e civico della città. Oltre alle biblioteche storicamente di riferimento, Delfini e San Carlo, la specializzazione tematica può essere considerata un valore aggiunto e distintivo per un servizio di già altissimo livello, basti pensare alla Poletti per arte e architettura o alla Vecchi – Tonelli per la musica, che sono delle risorse tutt’altro che scontate. Così come va considerato il contributo positivo che deriva dalla presenza di una rete diffusa di biblioteche pubbliche in diverse aree della città al di fuori dal centro e in questo senso Crocetta, Giardino e Rotonda svolgono una funzione di diffusione e promozione della lettura che si accompagna a quella di luogo di confronto e aggregazione. E poi ci sono altri due esempi di quanto l’accesso pubblico alla lettura e all’informazione siano curati da queste parti: i Punti di Lettura attivi nelle frazioni e le “biblioteche speciali”, Teodora nel reparto di Pediatria del Policlinico e quella presente nella Casa Circondariale Sant’Anna.

In provincia ci si trova di fronte quasi a un piccolo “mosaico emozionale”, perché la biblioteca comunale è qualcosa che ha strettamente a che fare con il luogo in cui si trova e le persone che la frequentano, diventandone in qualche modo l’espressione.

 


 

Doris Lessing sosteneva che una biblioteca pubblica sia la cosa più democratica del mondo perché quel che ci si può trovare ha disfatto dittatori e tiranni. A noi farebbe piacere che quel che scriveremo si trasformasse in desiderio di andarci a fare un giro, di frequentarle di più o magari di scoprirle, di rendersi conto del valore che rappresentano e che non sono luoghi in cui si raccolgono libri ma dove scorre vita.