Earthbound ovvero le storie delle Camille è il nuovo lavoro di Marta Cuscunà (prodotto da ERT Fondazione, CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG, Etnorama con il sostegno di São Luiz Teatro Municipal di Lisbona) che ha debuttato in prima nazionale al Teatro Storchi di Modena il 25 maggio.

Earthbound è un monologo di fantascienza ispirato al pensiero eco-femminista di Donna Haraway: ciò che viene messo in scena è un futuro ipotetico nel quale la manipolazione del genoma umano riporta la vita in aree del pianeta danneggiate dall’uomo. Ho avuto il piacere di farle qualche domanda.

Earthbound Guido Mencari Marta Cuscunà ERT emilia romagna teatro mocu modena cultura
Earthbound. Foto di Guido Mencari

 

Quando hai cominciato a lavorare su Earthbound, ancora non esisteva il Covid: alla luce di quanto accaduto nell’ultimo anno, che significato ha acquisito per te questo lavoro? Sono cambiate le intenzioni che ti muovevano a questo progetto oppure sono rimaste le stesse?

Il saggio di Donna Haraway è del 2016 e in italiano viene tradotto in “sopravvivere in un pianeta infetto”.

Possiamo davvero dire che lei abbia avuto una premonizione: usa il termine infetto per descrivere un pianeta che non sta bene e, nella sua versione originale, il titolo del saggio secondo me è ancora più evocativo, “staying with the trouble”, ossia stare con il problema. In questo suo testo, Donna Haraway affronta tutta una serie di urgenze del nostro tempo che in un qualche modo con il Covid si sono amplificate enormemente.

Quindi possiamo dire che lo spettacolo è nato prima di tutto questo ma conteneva già al suo interno delle linee di senso che attualmente ci siamo decisi ad affrontare perché il Covid ce le ha sbattute in faccia, ma in un qualche modo c’erano già prima. In questo senso il significato dello spettacolo non è cambiato.

 

Durante questa pandemia, ci siamo disabituati alle relazioni e si è creata una sorta di frattura tra le persone: c’è disagio, un senso di fatica. Credo sinceramente che un lavoro come Earthbound sia necessario ed urgente in un momento storico come il nostro.

Tutto quello che è successo ha mandato in frantumi i parametri con cui interpretavamo la realtà intorno a noi. Ora abbiamo bisogno di ritrovare degli strumenti che ci permettano di rileggere quello che ci è successo e soprattutto, come dice Donna Haraway, che ci rendano  di nuovo capaci di immaginare il futuro.

La mia impressione è che, avendo mandato in tilt i nostri parametri, non solo non riusciamo a vedere il presente, ma non riusciamo più neppure ad immaginare l’orizzonte che abbiamo davanti, colpa di questa continua precarietà delle regole che cambiano, del fatto di non essere certi di cosa si potrà fare tra un mese.

Ripensando anche alla chiusura dei luoghi di cultura, il pensiero di Donna Haraway mi sembra terribilmente necessario: in qualche modo siamo stati considerati un’attività non necessaria. Una delle frasi che rincorre più spesso nel saggio di Donna Haraway è che “le storie fanno i mondi, i mondi fanno le storie”. In un momento di crisi abbiamo deciso di chiudere i luoghi della narrazione e delle storie, questo secondo me influisce sul fatto che adesso abbiamo difficoltà ad immaginare mondi possibili perché per un anno e mezzo abbiamo smesso di raccontarci e di immaginare.

Ma raccontare le storie non è un’attività superflua, è un modo di allenare il pensiero!

 

Earthbound Guido Mencari Marta Cuscunà ERT emilia romagna teatro mocu modena cultura
Earthbound. Foto di Guido Mencari

 

In un certo senso questa seconda ondata credo sia stata per tutti più critica e difficile, forse perché nel primo lockdown eravamo più inconsapevoli. Più di tutto però in questi mesi abbiamo assistito all’azzeramento totale di tutte le attività che nutrivano la mente, concentrandoci solo sulla sopravvivenza di un corpo biologico: il cosiddetto lavoro “normale” è andato avanti mentre invece tutto ciò che è cultura è stata azzerata. Credo che questo aspetto abbia mandato in frantumi la bellezza della relazione umana.

Il motivo per cui Donna Haraway inserisce all’interno di un saggio speculativo delle storie di fantascienza è proprio perché lei stessa afferma che raccontarsi delle storie potrebbe essere una pratica di cura, a patto che si scelgano le storie giuste.

Quindi in un momento in cui dirci che siamo sull’orlo della catastrofe non è più una metafora e per superare questo stato di passività, raccontarci storie di futuri possibili in cui la nostra specie riesce a trovare delle soluzioni per sopravvivere in un pianeta che non sta bene (e quindi stare con il problema) è un modo per allenarci a immaginare delle soluzioni possibili.

 

Credi che la frattura tra uomo e natura sia reversibile? Prima del Covid forse non era così evidente ma la pandemia ci ha fatto precipitare nella nostra dimensione di “specie naturale” e quindi fragile. Credi che il Covid e tutto ciò che ha comportato possa averci diretto verso la cura di questa frattura?

Sicuramente credo che abbia influito sul cambiamento della narrazione e del punto di vista: abbiamo iniziato a raccontarci cose che la biologia contemporanea raccontava già da un po’ ma che restavano in un qualche modo in un settore specifico.

D’altra parte prima c’è stato anche il movimento Fridays For Future per cui è un po’ come se il covid avesse sbattuto in faccia a chi ancora si rifiutava di ascoltare la nostra fragilità: noi esseri umani ci siamo sempre posti ai vertici di una piramide, ci siamo sempre visti come specie dominante ma ora ci siamo accorti improvvisamente che non lo siamo. Io spero che tutto questo apra a nuovi scenari, a nuovi punti di vista, perché di fatto non possiamo più fare finta di non saperlo.

 

Earthbound Guido Mencari Marta Cuscunà ERT emilia romagna teatro mocu modena cultura
Earthbound. Foto di Guido Mencari

 

Nel tuo spettacolo, le creature animatroniche mirano ad una drastica riduzione della presenza umana sulla terra: potresti spiegarmelo?

Come titolo di questo spettacolo abbiamo usato “Earthbound”, un neologismo coniato dal filosofo francese Bruno Latour che contiene un nuovo modo per la nostra specie di stare al mondo: se l’essere umano fino ad adesso ha sfruttato il suolo e  le risorse, Bruno Latour dice che per cambiare il nostro modo di stare sul pianeta forse abbiamo bisogno prima di darci un altro nome.

Earthbound è formato da due termini: “terra” e “bound” che ha a che fare con un legame, essere “attaccati” alla terra. Questo termine quindi rappresenta una comunità futura degli esseri umani che in un qualche modo cercando di sanare questa frattura tra umani e pianeta. Si parla di un popolo che ancora non esiste, una comunità politica che vuole costruire il suo stare su parametri completamente diversi.

Donna Haraway cita questo termine anche nel suo saggio ed è proprio per immaginare questa comunità politica che lei inventa “le storie delle Camille”, storie di fantascienza nelle quali lei disegna queste piccole comunità che in origine sono umani e che in un futuro prossimo, non troppo lontano, decidono di migrare in zone devastate del nostro pianeta dall’inquinamento, dal consumo delle risorse cercando di risanarlo proprio in collaborazione con le altre specie. Decidono di far venire al mondo nuovi bambini o bambine come simbionti, ossia esseri umani ibridati con specie in via di estinzione con il doppio scopo di salvaguardare il patrimonio genetico che altrimenti andrebbe perduto e offrire alla nostra specie una nuova prospettiva di adattamento all’ambiente e alla natura proprio grazie alla simbiosi con un doppio animale.

 

L’immagine dell’essere umano attuale è un po’ come un cancro del pianeta?

Sicuramente lo è la mentalità con cui ci siamo rapportati al mondo che ci ha resi in un qualche modo dominatori, violenti nei confronti delle altre specie e del pianeta. Ma in questa ottica di risanare la frattura e di sentirci anche noi parte di un sistema che vive in simbiosi con le altre specie, in realtà noi non siamo un cancro.

Abbiamo fatto degli errori molto grandi ma, come dice Donna Haraway, sono risanabili. Questa possibilità che ipotizza Donna Haraway ha a che fare con un’idea di giustizia climatica: non solo tra esseri umani che vivono delle realtà assolutamente impari ma nei confronti anche di tutte le altre specie, nella misura di quanto vengono sfruttate, costrette a vivere in ambienti ormai devastati.

Un’idea di giustizia climatica non solo all’interno dei confini della nostra specie ma che riguarda tutto il nostro pianeta.

 

Earthbound Guido Mencari Marta Cuscunà ERT emilia romagna teatro mocu modena cultura
Earthbound. Foto di Guido Mencari

 


 

Earthbound
ovvero le storie delle Camille

liberamente ispirato a Staying with the trouble di Donna Haraway
di e con Marta Cuscunà
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Etnorama
con il sostegno di São Luiz Teatro Municipal (Lisbona)
con il supporto di Istituto Italiano di Cultura di Lisbona, i-Portunus, A Tarumba – Teatro de Marionetas (Lisbona)